Medici di famiglia al collasso: non è una carenza, è un fallimento dello Stato

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Non chiamiamola emergenza: è un sistema che non funziona più

Ogni volta che un cittadino non riesce a trovare un medico di famiglia, la narrazione è sempre la stessa: “mancano i medici”.

È una semplificazione comoda. Ma è anche profondamente sbagliata.

Il problema non è la carenza. Il problema è il modello.

Un sistema che perde migliaia di professionisti e non è in grado di sostituirli non è in difficoltà: è strutturalmente inadeguato.

Entro il 2028 oltre 8.000 medici di base andranno in pensione. Non si tratta di un imprevisto. È un dato noto da anni.

E allora la domanda è inevitabile: chi doveva programmare, perché non lo ha fatto?

Il nodo giuridico che nessuno vuole affrontare

Il medico di famiglia è il pilastro della sanità territoriale. Ma è anche, paradossalmente, uno dei suoi punti più deboli. Non è un dipendente pubblico; non è pienamente inserito nell’organizzazione del SSN e non è soggetto a un vero potere direttivo.

Eppure svolge un servizio essenziale, finanziato con risorse pubbliche. È un’anomalia giuridica che oggi mostra tutte le sue crepe. Lo Stato paga, ma non organizza. Le Regioni devono garantire il servizio, ma non possono governarlo davvero.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema che non riesce a garantire ciò che promette.

Quando manca il medico, manca un diritto

Non avere un medico di base non è un disagio: è una violazione.

Il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, non è un principio astratto. È un diritto concreto, che passa anche – e soprattutto – dalla medicina territoriale.

Quando un cittadino: non riesce a scegliere un medico deve percorrere chilometri per una visita

  • attende settimane per una prestazione di base non siamo più nell’ambito dell’inefficienza.

Siamo nell’ambito della responsabilità. Responsabilità delle Regioni, che organizzano il servizio. Responsabilità della pubblica amministrazione, che deve garantire i LEA. E, sempre più spesso, responsabilità che può tradursi in contenzioso.

Un sistema costoso che produce disservizi

Il paradosso più evidente è economico. Nonostante la cronica carenza di risorse, il sistema continua a sostenere:

  • migliaia di studi isolati
  • strutture non integrate
  • modelli organizzativi frammentati

Si spende molto per ottenere poco.

E quando la medicina territoriale non funziona, il problema si sposta dove costa di più:

  • pronto soccorso congestionati
  • ricoveri evitabili
  • aumento esponenziale della spesa ospedaliera

È una spirale inefficiente, che il sistema continua ad alimentare.

Le riforme? Troppo timide per cambiare davvero le cose

Le Case della Comunità, previste dal PNRR, sono state presentate come la soluzione. Ma senza affrontare il nodo centrale – il ruolo del medico di famiglia – restano un intervento parziale.

Non si può cambiare il sistema senza modificarne l’architettura. Se il modello resta lo stesso, cambiano solo le etichette.

La vera domanda: serve ancora il medico di famiglia così com’è?

È una domanda scomoda, ma inevitabile. Il medico di base, come oggi configurato: lavora spesso in isolamento, ha orari limitati e gestisce carichi burocratici elevatissimi

È davvero il modo più efficiente per garantire assistenza primaria?

Oppure è il residuo di un sistema pensato per un’altra epoca?

Una proposta concreta: superare il modello attuale

Se si vuole davvero risolvere il problema, bisogna cambiare prospettiva. Non più migliaia di studi individuali, ma presidi sanitari territoriali pubblici, organizzati e integrati.

Strutture con:

  • medici dipendenti
  • infermieri
  • personale amministrativo
  • specialisti disponibili

Un sistema che non ruota attorno al singolo professionista, ma attorno al servizio.

Un modello del genere consentirebbe: continuità assistenziale reale, presa in carico completa del paziente e riduzione drastica dei tempi di attesa

E, soprattutto: un controllo pubblico pieno e trasparente

Dal punto di vista giuridico, significherebbe superare definitivamente l’ambiguità della convenzione.

Il vero risparmio: meno ospedali, più territorio

La questione economica è decisiva. Un sistema territoriale efficiente riduce: accessi impropri al pronto soccorso, ricoveri evitabili e prestazioni ripetute o inutili.

Anche una riduzione del 10–20% della spesa territoriale, unita a questi effetti indiretti, comporterebbe un risparmio enorme. Ma soprattutto, migliorerebbe la qualità del servizio.

In conclusione la crisi dei medici di famiglia non è inevitabile. È il risultato di scelte – o di mancate scelte.

Continuare a difendere il modello attuale significa accettare: inefficienza, disuguaglianze territoriali e compressione del diritto alla salute.

Non servono correttivi. Serve una riforma vera. Perché il punto, ormai, è chiaro:
non è il sistema a sostenere i cittadini, ma i cittadini a sopportare il sistema.

Tutela legale e diritto alla salute

Quando il servizio sanitario territoriale non garantisce l’accesso al medico di base, il cittadino può agire.

La tutela del diritto alla salute passa anche attraverso strumenti legali concreti, nei confronti delle amministrazioni responsabili.

Lo studio offre consulenza in diritto sanitario per la tutela dei cittadini e la valutazione di responsabilità della Pubblica Amministrazione.

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